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Domenica 23 ottobre 2005, nonostante i timori della vigilia, in via Brescia si era in tanti a discutere. Non andava proprio giù che due antenne UMTS alte 33 metri dovessero sorgere proprio dietro una scuola e di fronte a diversi condomini densamente popolati. Sembrava che i lavori dovessero iniziare necessariamente, avendo l’impresa le carte in regola, la legge Gasparri dalla loro. I cittadini erano però sospettosi, volevano controlli e verifiche, certezze e comunque soluzioni alternative. Possibile che non si dovesse tenere in alcun conto di loro?
I cittadini erano padri, madri. Capaci di coinvolgere le scuole, raccogliere tante firme in poco tempo, nel loro quartiere, negli altri quartieri. L’intervento delle forze dell’ordine, del Sindaco, dei parlamentari tutti di Sciacca, avevano prodotto una proroga, otto giorni di respiro per individuare siti alternativi, altrettanto utili per la telefonia mobile ma di minore impatto sociale e ambientale per la città di Sciacca.
Domenica 23 quindi, alla vigilia della scadenza, ognuno dice la sua. Un ex consigliere comunale riferisce di avere sentito dire da fonte attendibile ma riservata che “l’impresa avrebbe tentato di forzare la mano” e che “le ruspe si sarebbero mosse di notte o di prima mattina” per vanificare il tavolo tecnico previsto per il giorno dopo al Comune, insieme al tentativo connesso di trovare soluzioni accomodanti. Si risponde sdegnati di stare all’erta, fare turni di sorveglianza, portare le donne in prima linea a fronte di un paventato intervento dei celerini. Per fortuna l’emozione si ridimensiona, si decide di badare molto alla pubblicità, interessando le tv locali e non solo. L’impegno si precisa, si muovono in tanti.
Il giorno dopo, il tavolo tecnico si fa. In via Brescia le ruspe non si vedono, i cittadini tirano un respiro di sollievo, i ragazzi manifestano, uno striscione invita l’impresa a cercare un altro sito. Le tv locali intervistano il Sindaco che conferma la disponibilità dell’impresa e la definizione di altro sito idoneo, da concordare tra quelli che offre il Comune.
I cittadini ringraziano. La città si è impegnata, la partecipazione spontanea, diffusa, ha ridotto e spianato le tensioni e le crisi. La vicenda sembra risolversi. Il problema generale resta. Perché non fare meglio che "accomodare"? Perché non integrare, rivedere, cambiare le regole?